Ancora discussioni serali… copyright?

Beh quando mi sono capitate queste note tra le mani non ho potuto fare a meno di pensare alla discussione avuta con Otto a riguardo; credo che portino alla luce importanti spunti di riflessione.

Quello che in effetti devo ammettere, come si evidenziava anche parlando col buon Otto, e’ come opere creative di notevole complessita’ e quindi dispendio economico (vedi i lungometraggi in particolare) fatichino a rientrare nell’ottica che si espone anche in queste note… credo sarebbe interessante commentare a riguardo ;)

Fabio

6 Responses to “Ancora discussioni serali… copyright?”

  1. ultrotter Says:

    Non ne sono del tutto convinto… Perchè un’opera più complessa non dovrebbe rientrare in una logica di questo genere? In fondo penso che l’autore abbia tutto lo spazio per pareggiare le spese e guadagnare, anche molti soldi, tra distribuzione cinematografica, merchandising, e altre offerte “a valore aggiunto”.

    Tutto questo senza il bisogno di passare per forza dall’attuale grossa distribuzione, che di fatto sceglie cosa viene pubblicizzato e pubblicato, e dunque cosa deve o non deve piacere alla gente (seguendo il filo del “se non so che esiste non può piacermi”), ma *soprattutto* senza il bisogno di criminalizzare grandissime fette della popolazione.

    Il punto fondamentale è che qualunque legge renda *tutti* (o quasi) dei criminali è un problema in se stessa, e non è seriamente applicabile in modo giusto e verso tutti coloro la contravvengano. Si apre estremamente a meccanismi di corruzione, e finisce per creare più problemi di quanti non ne risolva.

    Per questo il concetto stesso di copyright, nel momento in cui manca l’economia di scala, andrebbe rivisto… Penso che il distinguo si possa fare sul “fine di lucro”: è giusto che qualunque distribuzione che sia a fine di lucro paghi qualcosa all’autore dell’opera: questo ricoprirebbe appunto cinema, noleggio, vendita di supporti a valore aggiunto, senza per questo penalizzare la copia privata, il passaggio tra utenti, ecc…

    Questo non impedirebbe agli autori di guadagnare, anche se di certo non lo permetterebbe a tutti: del resto anche oggi solo una piccola fetta di artisti può vivere solo del proprio talento! Cambierebbe semplicemente il modo del pubblico di fare la propria scelta su quali autori supportare e quali no!

  2. Otto Says:

    mi sono piaciuti molto sia l’articolo di Carmilla che il commento di Guido.

    L’idea delle biblioteche anche per quel che riguarda le opere multimediali e non solo quelle cartacee è brillante, perché risolverebbe il problema alla radice.

    In effetti Guido nota e sottolinea la differenza cruciale fra accedere all’opera e ricavarci un profitto, senza dimenticare però che l’autore dovrebbe poter trarre profitto anche dalla semplice difusione del suo lavoro, perché non è affatto detto, come suggerisce Carmilla, che l’autore possa vivere del’indotto del suo lavoro. Non tutti sono infatti capaci di insegnare, tenere conferenze, lezioni, festival o altro.

    Dal punto di vista dell’utente, in opposizione, esiste un diritto di accesso all’opera (il sapere, le conoscenze, significano potere. impedire l’accesso al sapere sulla base del censo è ingiusto e immorale, oltre a creare disparità sociali).

    è per questo che l’idea della musica in biblioteca è interessante. La possibilità di accedere all’opera in maniera gratuita in qualunque momento per uso personale sarebbe la legittimazione stessa della richiesta di denaro per possederne una copia privata da utilizzare, senza fini di lucro, in qualunque contesto.

    Il denaro pagato per un’opera dovrebbe in ogni caso essere dell’autore, non del distributore. A ben guardare i produttori musicali non hanno quasi più alcun senso se non quello (deteriore) di alimentare, orientare e sfruttare il pubblico spendendo miliardi in pubblciità e investendo quasi sempre su opere di sicuro impatto popolare, anche se fossero di contenuto artistico nullo.

  3. kuri Says:

    Aspettavo un po’ di commenti per dire la mia; mi pare ci siano diversi argomenti di cui parlare.

    Trovo molto interessante la digressione di Wu Ming sull’origine del diritto d’autore; oggi noi diamo in quasi per scontato che il diritto d’autore sia un diritto naturale, la societa’ in cui viviamo ci spinge a farlo, aiutata fino a poco tempo fa dalla possibilita’ di poter offrire un valore aggiunto all’opera d’arte stessa, condizione che oggi sta venendo, o e’ gia’ venuta meno, proprio per la possibilita’ di condividere e riprodurre facilmente opere multimediali.

    Credo che una riflessione di questo tipo sia piu’ profonda del semplice: “se in tanti infrangono una legge allora e’ giusto abolire o cambiare la legge”; questo e’ un discorso che ha sicuramente una importante valenza sociale e politica, da non sottovalutare, ma non entra per nulla nel merito della questione, discorsi analoghi possono essere fatti per qualsiasi cosa, non solo per il diritto d’autore, e sostenerne la validita’ con l’appoggio popolare puo’ non essere sempre una mossa saggia (le masse sono facili da manovrare, soprattutto quando vedono l’appannaggio di un contentino a breve termine).

    Risalire alla radice del problema ed evidenziare la natura del diritto d’autore per quello che e’, e’ molto piu’ sconvolgente, e puo’ portare a ragionamenti del tutto diversi.

    Fondamentale e’ sicuramente la distinzione tra fini di lucro e uso personale, ovvero il concetto che sta anche dietro la biblioteca, pero’ in effetti il rischio di non riuscire a sovvenzionare chi produce opere artistiche c’e’. Se come dice Otto, anche lo scrittore potrebbe non riuscire a vivere dell’indotto del proprio lavoro, ancor meno credo che potrebbe farlo chi produce un film, in cui e’ compreso il lavoro di decine se non centinaia di persone, per costi esorbitanti.

    Mi convince poco l’indotto che potrebbe essere generato da un’opera cinematografica; se anche alcuni film potrebbero produrre molto merchandise, altri film, pur esempi di ottima arte, potrebbero non farlo per nulla, e offrire allo spettatore il solo film.

    Mi pare improponibile inserire in questo scenario una libera circolazione dell’opera cinematografica in stile biblioteca, perche’ se anche resterebbero i compratori credo che i costi sarebbero insostenibili per chi produce. Ricordiamo che la crisi delle sale di qualche decennio fa, che mise in ginocchio l’industria cinematografica, fu risolta solo grazie all’introduzione sul mercato del VHS, dubito che il solo valore aggiunto della visione in sala basterebbe a rientrare nei costi, e che acquisti e noleggi a fronte di una legalizzazione del libero scambio per uso personale sarebbero sufficienti.

    Concordo appieno con Otto sul ruolo ingiusto ricoperto ora dai distributori, purtroppo sono lotte difficili da combattere, perche’ quando si concede qualcosa di cosi’ ghiotto e’ difficile tornare indietro, come ci insegnano i nostri amici stationer.

    Fabio

  4. ultrotter Says:

    Il punto a mio parere sta nel fatto che prima (prima dell’avvento dell’informatica su larga scala) c’era un’economia di scala nella produzione: non tutti potevano permettersi di stampare un libro, ed era semplice dunque regolamentare i pochi che avevano questa possibilità.

    In un mondo in cui questa economia di scala si perde, e in cui creare una copia di un’opera digitale ha un costo temporale molto limitato, e fisico limitato solo dalla dimensione dei supporti cercare di criminalizzare chiunque faccia questa operazione, o di imporre restrizioni di tipo DRM in tutti gli apparecchi di uso comune mi pare semplicemente assurdo e controproducente. In questo senso non penso sia stupido il discorso sul criminalizzare una larga fetta della popolazione: non si tratta di dare a qualcuno “un contentino” ma semplicemente di evitare di fare leggi inapplicabili, nell’interesse solo di pochi.

    Concordo che l’artista abbia il diritto di guadagnare dalla fruizione della propria opera… Il punto è che bisogna trovare un modo sensato di farlo, senza per questo dover installare assurdi sistemi di controllo nelle case di ciascuno…

    Se per garantire agli artisti questo diritto devo rinunciare alla mia libertà anche su quello che ho regolarmente acquistato (ad esempio di fruire un’opera tramite software libero, o di farmi una copia da ascoltare in macchina), allora penso che ci sia seriamente qualcosa che non va…

    Vi faccio un esempio chiaro in questo senso: supponiamo che domani qualcuno inventi “il teletrasporto”. “Il teletrasporto” è una piccola pedana (diciamo 1 metro x 1 metro), facile da usare e a basso consumo energetico e dal costo di un normale elettrodomestico (diciamo sui 600€). Installata in casa di chiunque gli permette di trasferirsi istantaneamente in qualunque altro punto del globo, e di tornare indietro a suo piacimento. Ora, chiaramente in un caso del genere molti potrebbero lamentarsi… Probabilmente tra essi ci sarebbero le compagnie aeree e ferroviarie, che perderebbero immediatamente tutti i clienti. Poi, e qui viene il bello, ci sarebbe il problema della politica mondiale: ecco che, improvvisamente, cesserebbe di esistere il concetto di “frontiera”, di “dogana”, di “controllo”… Un aggeggino del genere rivoluzionerebbe il mondo come lo conosciamo. Ora la domanda è, qualora fosse creato quale sarebbe il modo corretto di reagire? Dovremmo vietarlo, in nome
    di diritti millenari? Dovremmo obbligare a venderne versioni limitate? Dovremmo incarcerare chi lo usa?

    Ai posteri l’ardua sentenza… ;)

  5. Otto Says:

    e a proposito di produttori, questa è una storia interessante che mostra ancora una volta come troppo spesso il commercio, di molte cose, abbia perso la sua valenza di scambio con reciproca utilità di oggetti o servizi per diventare, nella mente degli attuatori di questo genere di politiche, semplicemente un metodo autoreferenziale di aumento del guadagno personale, di lotta contro il mondo, di guerra aperta contro tutti, anche contro coloro che dovrebbero rappresentare una ricchezza piuttosto che un nemico da sfruttare.

    Ne parlo qui perché il diritto d’autore è la foglia di fico su cui si sppoggiano questi squallidi tentativi

    Sottolineo soprattutto la splendida coerenza per cui il diritto d’autore, in quanto diritto naturale, dovrebbe rendere leciti certi metodi di controllo e negare il naturale diritto degli utenti alla privacy e a non essere ingannati.

    Lo sottolineo perché ho sentito più volte parlare di liceità e legittimazione della pirateria proprio a causa e come forma di lotta contro il comportamento delle major (anche se so che non sono i lettori di questo post che sosterranno questa ipotesi). Non è questo il caso : la violazione di un diritto non porta all’automatica legittimazione di un altro diritto.

    TESTO CITATO DA www.ATTIVISSIMO.BLOGSPOT.COM

    “”"”Lo so, arrivo tardi sulla scena: si parla già da qualche tempo di questo scandaloso sistema anticopia usato da Sony, che infetta i PC Windows con un rootkit, rendendoli vulnerabili ad attacchi opportunisti e danneggiando il funzionamento del masterizzatore. Cerco di farmi perdonare facendo un succoso riepilogo della vicenda e dei suoi ultimi aggiornamenti.

    Tutto comincia il 31 ottobre 2005, quando Mark Russinovich di Sysinternals.com annuncia di aver scoperto con sorpresa sul proprio PC Windows un rootkit: un programma nascosto, contenuto in una directory nascosta e invisibile ai normali comandi di Windows e accompagnato da vari device driver anch’essi nascosti. Russinovich li scopre soltanto perché sta testando proprio un programma anti-rootkit.

    Analizzando il rootkit, Russinovich scopre ancora più sorprendentemente che il rootkit è stato installato quando ha suonato sul proprio PC un disco pubblicato dalla Sony, Get Right with the Man dei Van Zant. Il disco, infatti, ha una protezione anticopia, denominata XCP e prodotta dall’inglese First 4 Internet, che si installa permanentemente nel PC senza avvisare che non è rimovibile e che altera il funzionamento di Windows rendendolo più vulnerabile.

    Il sistema anticopia, infatti, non ha un programma di disinstallazione, e si occulta usando una tecnica estremamente rozza: altera Windows in modo che non veda qualsiasi file il cui nome inizi con “$sys$”. Sony ha usato questo metodo per impedire agli utenti di accorgersi della presenza del sistema anticopia.

    C’è un problema: il metodo, ovviamente, comporta che qualsiasi virus o altro software ostile che si imbatte in un Windows alterato da Sony in questo modo si ritrova con un nascondiglio perfetto: basta che usi un nome che inizia con “$sys$”, e diventerà invisibile sia a Windows, sia agli antivirus.

    Fra le altre chicche scoperte da Russinovich c’è anche il fatto che il sistema anticopia è sempre attivo come processo nascosto e utilizza il processore, rallentandolo, anche quando non si sta suonando il disco protetto. Basta insomma installare l’anticopia Sony per errore una sola volta per trovarsi con un computer permanentemente rallentato.

    Così Russinovich tenta di fare quello che chiunque farebbe se trovasse un rootkit sul proprio PC: rimuoverlo. Sony, come dicevo, non ha fornito un sistema di disinstallazione, per cui l’unico modo è rimuoverlo manualmente intervenendo sulla configurazione intima di Windows. Come risultato, gli scompare l’icona del lettore CD. Solo dopo aver speso altro tempo per ripristinare ulteriormente Windows e togliere altri elementi nascosti del sistema anticopia Sony, Russinovich riesce a riportare Windows al funzionamento normale. E chi lo ripagherà del tempo perso per riparare il proprio computer a causa del sistema Sony?

    L’annuncio di Russinovich non passa inosservato. La prima reazione è l’indignazione contro Sony per aver usato metodi degni di un pirata informatico: metodi fra l’altro assolutamente inutili, perché il disco è perfettamente copiabile usando un Mac o un PC Linux (e anche con alcuni programmi di ripping per Windows). In altre parole, siamo alle solite: le case discografiche insistono a usare sistemi anticopia che i pirati sanno scavalcare senza alcun problema ma che puniscono gli acquirenti legittimi dei dischi.

    Ma non mancano reazioni più sofisticate. La prima è stata quella dei giocatori poco onesti di World of Warcraft, che hanno approfittato della funzione di occultamento del rootkit Sony in un modo molto astuto: la Blizzard Entertainment, che produce World of Warcraft, ha creato un programma, Warden, che sorveglia il gioco ispezionando i PC dei giocatori alla ricerca di particolari programmi usati per barare. Ma basta installare questi programmi su un PC infettato dal sistema anticopia Sony e aggiungere al nome dei file del programma il prefisso “$sys$”, e Warden non riesce a vederlo. Così i bari continuano indisturbati, grazie a Sony.

    A fronte delle prime proteste, Sony rilascia una patch il 3 novembre 2005, che però non disinstalla il sistema anticopia: si limita a renderne visibili i file (e li aggiorna installandone una nuova versione).

    Sempre il 3 novembre, Interlex.it pubblica una vivace e dettagliata analisi della tattica Sony, e giustamente si chiede perché Sony dovrebbe usare un sistema simile e nascondersi all’utente:

    “A chi serve un rootkit? Ovviamente a chi ha qualcosa da nascondere! O, più precisamente: a chi vuole nascondere ad un legittimo utente il fatto di aver installato, a sua insaputa, un software sul suo sistema. E il fatto di volerne nascondere a tutti i costi l’esistenza già la dice lunga sia sulla legittimità dell’installazione che sulla liceità delle funzioni svolte dal software surrettiziamente installato!”

    Il giorno dopo (4 novembre 2005), Russinovich analizza la patch offerta da Sony, che richiede una solfa interminabile di richieste via e-mail a Sony per ottenerla, e scopre che è così rozza e brutale che può far crashare il PC (Russinovich offre un metodo molto più semplice e sicuro per disabilitare il sistema anticopia).

    La seconda analisi di Russinovich rivela inoltre che il sistema anticopia trasmette a Sony dati utilizzabili per sorvegliare le abitudini musicali dell’utente: infatti contatta automaticamente (e senza informarne l’utente) un sito della Sony per richiedere eventuali aggiornamenti alle immagini delle copertine dei dischi Sony protetti dal sistema anticopia. Dice Russinovich:

    “Con questo tipo di connessione… non citato nella EULA, negato da Sony e non configurabile in alcun modo… i loro server potrebbero tenere traccia di ogni volta che viene suonato un disco protetto e l’indirizzo IP del computer che lo sta suonando”.

    E’ a questo punto che entrano in gioco le società che producono antivirus: F-Secure dichiara che il sistema anticopia Sony verrà identificato dai suoi antivirus e che “le tecniche di occultamento usate sono esattamente le stesse usate dal software ostile noto come rootkit” e che “è pertanto molto scorretto che il software commerciale utilizzi queste tecniche”.

    Computer Associates è ancora più pesante e definisce il sistema anticopia Sony senza mezzi termini un “trojan” e lo cataloga nello spyware. L’analisi di CA, inoltre, dimostra che Sony sta facendo di tutto per rendere difficile la disinstallazione.

    La protesta assume anche una connotazione legale: viene annunciato che l’1 novembre 2005 è stata iniziata dall’avvocato Alan Himmelfarb una class action in California contro Sony, chiedendo risarcimenti per tutti i consumatori danneggiati e l’inibizione della vendita dei dischi protetti da questo sistema anticopia.

    Nel contempo, l’italiana ALCEI (Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva) presenta un documentatissimo esposto alla Guardia di Finanza, ipotizzando fra le altre la violazione dell’articolo 392 c.p., che punisce “…colui che, al fine di esercitare un preteso diritto, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo ‘alterando, modificando, o cancellando in tutto o in parte un programma informatico’, ovvero ‘impedendo o turbando il funzionamento di un sistema informatico o telematico’” e chiedendo di sapere, fra le altre cose, se il sistema anticopia è presente nei dischi Sony in vendita in Italia.

    Il 9/11 la Electronic Frontier Foundation pubblica un elenco dei dischi protetti dal sistema anticopia contestato: una ventina di titoli, che includono nomi come Celine Dion, Ricky Martin e Neil Diamond, e spiega come riconoscere i dischi infetti.

    Il 10 novembre 2005 viene rilevato il primo virus che sfrutta la falla di sicurezza creata da Sony: una variante del virus Breplibot. Sony ora non può più argomentare che si tratta di una falla ipotetica. Anche Kasperski definisce “spyware” l’anticopia Sony, mentre McAfee aggiorna il proprio antivirus per “rilevare, rimuovere e impedire la reinstallazione” dell’XCP. Zone Labs (quella di Zone Alarm) segue a ruota insieme a Sophos.

    L’11 novembre arrivano altri virus che sfruttano la falla Sony, e le cause contro Sony salgono a sei. Lo stesso giorno, entra in scena il peso massimo: si scomoda addirittura il Department of Homeland Security (il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale statunitense, quello che si occupa di antiterrorismo). Parlando dei sistemi anticopia ma senza fare il nome di Sony, un suo funzionario ammonisce, di fronte al presidente della RIAA (associazione dei discografici USA), che

    “è molto importante ricordare che la proprietà intellettuale è vostra: ma il computer no, e nella ricerca della tutela della proprietà intellettuale, è importante non disabilitare o minare le misure di sicurezza che la gente oggigiorno ha bisogno di usare… se si verifica un’epidemia di influenza aviaria… dipenderemo moltissimo sulla capacità di fornire accesso a distanza per moltissime persone, e mantenere funzionante l’infrastruttura sarà questione di vita o di morte”.

    In altre parole: Sony, hai passato il segno. La legge non ti conferisce il diritto di danneggiare i computer altrui, neppure se lo fai per difendere il tuo diritto d’autore. E se il tuo sistema anticopia rende vulnerabili i computer proprio quando ne abbiamo più bisogno, sei responsabile anche tu delle gravissime conseguenze.
    L’11 novembre, poco dopo queste parole di fuoco dell’amministrazione Bush, Sony dichiara che smetterà “come misura precauzionale” di fabbricare CD che usano il sistema anticopia XCP.

    Questo, in estrema sintesi, è quello che è successo fin qui. Mi resta un’ultima cosa: spiegare come riconoscere un’eventuale infezione da parte di questo sistema e come prevenirla. Il rischio è relativamente basso, dato che pare che i CD protetti con XCP non siano ancora in circolazione in Europa, ma una controllatina non fa mai male.

    * Prendete un file qualsiasi, duplicatelo e cambiatene il nome prefissandolo con “$sys$”: se scompare (cioè se Esplora Risorse non lo vede più), siete infetti; se rimane visibile, siete a posto.
    * Per evitare infezioni, disabilitate temporaneamente l’Autorun di Windows, premendo il tasto Shift durante l’inserimento del disco, ed evitate in generale di installare qualsiasi software presente sui CD musicali Usate un Mac o un PC Linux, entrambi immuni all’anticopia Sony; o più semplicemente ed efficacemente, non comperate dischi infetti.”"”"

  6. QuaQua Weblog » Blog Archive » Ancora sul diritto d’autore Says:

    […] Ricordate la discussione sul copyright? Vi propongo un breve articoletto, che riguarda l’operato di un gruppo, iQuindici, il quale si occupa di promuovere la diffusione, la conoscenza e la pubblicazione di opere letterarie, cercando di garantire contemporaneamente il diritto dell’autore a una retribuzione e quello del lettore alla fruizione. […]

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